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2015, i cento anni della Grande Guerra

Un secolo dopo l’entrata in guerra dell’Italia, caratteristiche e costumi dello spartiacque bellico più grande della storia

Articolo di giornalismo partecipativo postato da claudia crognale

29/12/2015, 05:02 | Arte e Cultura

Il “Puzzo” acre, l’aria stantia rimbalzano da una parete e l’altra di questo fosso e di tutti gli altri. Sono tutti uguali, profondi un metro e largi mezzo, lo spazio vitale perché l’unico salvifico dei combattenti. Sono tutte affilate le trincee le vere protagoniste della Grande Guerra. Proteggono, cullano gli incubi di quasi 6.000.000  di uomini. Li hanno presi di forza dai campi nessuna esperienza, nessuna motivazione. Cacciati dalle case, dalle vite e buttati in  quei fossi, dai quali devono combattere. È una guerra strana la Prima Mondiale, si ostina a ripercorre, almeno all’inizio, lo schema delle guerre 800entesche agire, avanzare, progredire.

È l’ultima guerra del passato e la prima moderna. Ma questa volta le armi fanno più male uccidono rapidamente e ogni metro conquistato è una carneficina. Quando escono i combattenti sono costretti a saltare come camosci per evitare le bombe che cadono prima sporadiche come stelle cadenti e poi fitte generose come la pioggia. Loro, gli uomini, reagiscono, combattono, si difendono senza sapere il perché, un pò per sopravvivenza e un pò per senso di appartenenza, ma non sono professionisti. I generali sono costretti a rimanere indietro, ne sono morti già troppi in pochi mesi di guerra e devono risparmiarsi.

I carri armati, contributo prezioso della nuova tecnologia fanno tremare la terra e sobbalzare i soldati tappati nei “buchi” come topi. Anche i gas che giungono dalle trincee nemiche per soffocarti sono un regalo del progresso. Gli insetti tagliano quell’atmosfera rarefatta consumata dai fiati forti frutto di stomachi affamati e contorti dall’angoscia. La trincea è fangosa dal fondo molliccio sembra quasi che voglia inghiottirsi quegli stivali grandi. La vita in quei “buchi” logora il morale e il fisico,  li fiacca in uno stato di apatia. Diviene presto una guerra di logoramento, per tutti.

 

Tanti gli episodi di autolesionismo e ammutinamento. La disperazione porta a rinnegare te stesso e chi è sopra di te. Vince chi resiste di più. Ogni slancio, guizzo di rabbia verso l’avversario, quella “cattiveria buona” che ti permettere di salvarti combattendo si placano, svaniscono presto. Quei soldati improvvisati vedono la guerra quasi come un flagello naturale, come un terremoto, ne sfugge il senso.

 Circolano riviste nei “buchi”, è la Propaganda una nuova arma che dovrebbe servire a “ ficcare” nel fondo del cuore di questi uomini italiani la motivazione, a disegnare nella loro fantasia un futuro più ricco in una patria più forte.

Nel frattempo le donne rimaste a casa hanno svolto la prima rivoluzione di genere, in Italia. Costrette, hanno indossato i pantaloni e mentre aspettano, suppliscono totalmente i ruoli che prima venivano loro negati.

Una sostituzione forzata, ma riuscita, un rimescolamento sociale dove molte delle pedine sostituite, uomini nati tra il 1874 e il 1900, sono morte e le altre continuano ad ammazzare. Il conflitto va trasformando profondamente la stessa vita civile dei paesi coinvolti. L’atmosfera è cupa. Le loro trincee sono le lettere: rifugio e gabbia.

claudia crognale
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