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Sanremo, la vittoria di Meta e Moro e le pagelle dei protagonisti

I voti della 68esima edizione della kermesse, dal “Dittatore Artistico” Baglioni alla “vecchia che balla”

11/02/2018, 18:50 | Attualità

Si chiude finalmente il sipario sulla 68esima edizione Festival di Sanremo, stravinta da Ermal Meta e Fabrizio Moro con il brano “Non mi avete fatto niente”. Una vittoria largamente attesa che svetta sull’altrettanto pronosticabile secondo posto de Lo Stato Sociale con “Una vita in vacanza” e sulla terza piazza di Annalisa con “Il mondo prima di te”.

Un trionfo, quello del duo Meta-Moro, per nulla scalfito dal caso di “autoplagio”, che aveva portato alla provvisoria sospensione del brano dalla gara e alla sua conseguente riammissione. La vera sorpresa risiede piuttosto nell’ultimo posto di Elio e le Storie Tese, che con “Arrivedorci”, il loro brano d’addio (o presunto tale), realizzano il sogno di comparire in fondo alla classifica finale del Festival. Di seguito, le pagelle dei protagonisti.

Claudio Baglioni. Al netto del palese conflitto d’interesse (vedi Sony Music) e del suo cachet dopato con le ingenti royalties dei suoi troppi, troppi, troppi brani eseguiti sul palco, il “Dittatore Artistico” ha l’indubbio merito di proporre un festival diverso e davvero musicale. Una conduzione “di sottrazione” che, soprattutto all’inizio, appare fredda e ingessata, ma che poi riesce a lasciarsi sempre più andare, anche col rischio di esagerare (vedi l’inutile imitazione della Raffaele che imita Belen). Nonostante l’imperdonabile “baglionicentrismo”, la sigla terribile e l’annuncio svogliato del vincitore, il voto non può che essere positivo: 7,5.

Pierfrancesco Favino. Ci mette un po’ di tempo a ingranare e a stabilire le giuste dinamiche con i suoi due compagni di sventura, ma tiene bene il palco con le sue inaspettate doti di showman. Il monologo con le lacrime, volente o nolente, lascia il segno. Voto: 8.

Michelle Hunziker. Una “magnifica presenza” che illumina il palco, ma che si rivela pure incapace di gestire imprevisti e momenti morti. Il suo voto finale fa media con quello dei suoi costumisti (da ieri sera licenziati per giusta causa): 4.

Ermal Meta & Fabrizio Moro. Il presunto caso di “autoplagio” è costruito a tavolino esattamente come il loro brano da destinare alla vittoria finale. Non ci sono né musica né onestà, ma soltanto tanta melassa e inutile retorica. Voto: 1.

Lo Stato Sociale. Quando l’alternativo diventa mainstream. Una canzone ruffiana e stonata che guarda spudoratamente a Rino Gaetano, Elio e le Storie Tese e Gabbani, ma che ha anche il merito di parlare di lavoro. Dato che a ballare non ci poteva essere di nuovo una scimmia nuda, il collettivo bolognese pensa di metterci una “vecchia” vestita quanto basta (e alla quale va il voto di 10+ per le “articolazioni” e per la dieta intrisa di cioccolato e zuccheri vari). Scelta azzeccata, non c’è che dire. Voto: 6.

Annalisa. Voce brillante e potente. Brano sanremese piacevole ma non particolarmente irresistibile. Voto: 7.

Ron. Spesso c’è un motivo se un brano inedito di un grande artista rimane chiuso in un cassetto per molto tempo. Cellamare è sempre una garanzia, ma la canzone trasmette poco. Voto: 6.

Ornella Vanoni con Bungaro e Pacifico. Confezione elegante e nulla più. Voto: 6.

Max Gazzè. Canzone non da “leggenda”, ma senz’altro preziosa. Gazzè, più che cantarla, la vive e la interpreta, e anche molto bene. Voto: 7,5.

Luca Barbarossa. Piacevole ballata romanesca che scorre liscia dall’inizio alla fine. Voto: 6,5.

Diodato e Roy Paci. La buona tromba di Paci non può fare granché contro la sconcertante banalità dei versi (“Dici che torneremo a guardare il cielo / alzeremo la testa dai cellulari”). Voto: 5.

The Kolors. Altra operazione furba simil Meta/Moro, i Kolors rinunciano all’inglese e credono di lasciare il segno col loro inutile ritornello. Era proprio necessaria la rima “sfida-Frida?”. Voto: 3.

Giovanni Caccamo. Anonima al primo ascolto, migliora da quello successivo. La voce è interessante e la melodia è raffinata, ma manca qualcosa. Voto: 6.

Le Vibrazioni. Sì, il vostro pezzo è proprio “Così sbagliato”. Come il duetto con Skin. Voto: 2.

Enzo Avitabile e Peppe Servillo. I due notevoli artisti soffocano nelle loro “trapunte di sogni” dalle venature etniche. Sul come lasciare un segno indelebile a Sanremo con la musica napoletana, prendere lezioni da Nino D’Angelo. Voto: 6.

Renzo Rubino. Nonostante il suo pezzo non sia tra i più memorabili, la voce e lo stile sono inconfondibili. Il ballo romantico dei suoi nonni consacra il carattere “geriatrico” del Festival. Notevole il duetto con Serena Rossi. Voto: 8.

Noemi. Canzone indegna, e il duetto con Paola Turci riesce incredibilmente a peggiorarla. La scollatura sta a Noemi come la farfallina a Belen: quando si ha a disposizione il nulla assoluto, bisogna pur far parlare di sé. Voto: 2.

Red Canzian. Fa sicuramente molto meglio dei suoi compagni, ma spiazza la banalità della tematica di questo “esclusivo canto” (“esclusivo”? Ma davvero?). Meglio parlare di sole, cuore e amore, che si va sul sicuro. Voto: 4.

Decibel. Svettano di gran lunga su tutti con il loro revival di stampo progressive. Un pop rock gustoso che mal si concilia con certi anestetizzati palati sanremesi. Voto 8.

Nina Zilli. Presenza scenica e voce regali, ma sfido chiunque stia leggendo a canticchiare la sua canzone. Nessuna traccia. Voto: 6.

Roby Facchinetti e Riccardo Fogli. “Muaaaari dentro” (e pure fuori) se ascolti il loro brano dall’inizio alla fine. Canzone e interpretazione francamente molto ma molto imbarazzanti. E il duetto con Giusy Ferreri ci mette il carico: il tinto urlatore dalle vocali distorte era più che sufficiente. Voto: 2.

Mario Biondi. La sensazione è che non basti avere una voce alla Barry White per assurgere allo status di grande artista. Non c’è memorabilità, Biondi ha decisamente fatto il suo tempo. Voto: 5.

Elio e le Storie Tese. Il loro addio viene esaltato dall’ultimo posto in classifica, che è il miglior modo per chiudere una carriera eccezionale. Il brano però gira su sé stesso e non affonda per mancanze di idee. Un “arrivedorci” che poteva e doveva colpire diversamente. Voto: 9 (alla carriera).

Fiorello. “Scaldapubblico” di lusso, svolge egregiamente il suo mestiere. Degno di nota lo sketch sulle intenzioni di voto della platea dell’Ariston, mentre è davvero brutto il suo mix canterino su Baglioni. Resta la curiosità di vederlo alla conduzione del Festival. Voto: 8.

Virginia Raffaele. Il dialogo con Baglioni, al netto del congiuntivo sbagliato, non è esattamente memorabile, ma quando regala brevi lampi di imitazioni è irresistibile. Pure l’esibizione vocale è notevole. Voto: 7,5.

Sabrina Impacciatore. Eccellente nel suo ruolo di rompiscatole ingenua e arrivista, non sbaglia praticamente nulla. Ha tutti i tempi giusti, perfino quando cade rovinosamente sul palco. Voto: 9.

Laura Pausini. Probabilmente è la cantante italiana “antidiva” per eccellenza, ed è un motivo che la fa apprezzare a tutti. Le laringiti e i duetti con Baglioni passano necessariamente in secondo piano, il voto è solo per la sua genuina sortita in passerella che fa felici i fan: 9.

James Taylor e Giorgia. Musicalmente ineccepibili, sono gli unici a non cedere alle marchette autopromozionali (vero, Tommaso Paradiso?). Però il buon Giacomo poteva almeno informarsi su chi fosse Claudio Baglioni, o almeno sulla sua identità di genere (“She”, ma come si fa???). Voto: 8.

Sting. Terribile occasione sprecata. Si apprezza lo sforzo di cantare in italiano, molto meno il risultato finale. Voto: 10 (per la leggenda).

Shaggy. Il rapper giamaicano intende Sanremo come un villaggio vacanze anni Novanta, nel quale sembrano riecheggiare prepotenti le note di “Boombastic” e le rullate del calcio balilla. Fuori luogo e fuori controllo. Voto: 2.

Gianni Morandi. Trionfo dei buoni sentimenti con l’altro “capitano coraggioso”, pare autenticamente emozionato. Voto: 7.

Pippo Baudo. Autoreferenzialità a gogò, il vecchio divo della televisione è destinato da tempo alla totale commiserazione del pubblico. Non si rassegna a mollare l’osso (quella di sostituire immediatamente Baglioni alla conduzione del Festival non era affatto una battuta) e fa pure un brutto scivolone sulla Littizzetto. Voto: (ex numero) 1.

Il Volo. Continuate pure a colonizzare l’estero con il “bel canto all’italiana”, ma per favore evitate Sanremo, dove dovreste venire soltanto per proporre trionfi kitsch come “Grande amore”. La loro esibizione consiste nell’ammorbare gli spettatori con l’ennesima interpretazione di “Nessun dorma” e nel violentare Endrigo. Voto: 1 a loro e a chi li ha invitati (ah, a questo punto dovrei rivedere il voto su Baglioni).

Roberto Vecchioni. Il “professore” fa il professore e si lancia in una notevole spiegazione della sua celebre “Samarcanda”. Relegare la sua lectio magistralis a fine serata è stato un errore imperdonabile. Voto: 9.
 

Nicola Di Santo
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